Tavola rotonda 4 VERITA’ O VOYERISMO? COME I MEDIA AFFRONTANO IL TEMA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

VERITA’ O VOYERISMO? COME I MEDIA AFFRONTANO IL TEMA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

Tavola rotonda del 6 novembre 2017

I media e la comunicazione in generale hanno una grande responsabilità nel diffondere la cultura. La violenza sulle donne viene spesso presentata in stile noir, alternando la cronaca ossessiva a dettagli macabri e “splatter”, a insinuazioni sulla vittima che tendono spesso a sminuire la portata del problema, come se in certi casi fosse lecito divenire violenti. A questi approcci spregiudicati, si aggiungono pubblicità sessiste, vallette dalle scollature generose e molto altro che alimenta stereotipi in cui la donna è assimilabile a un oggetto. Ma è davvero questo che il pubblico cerca? Possono i media contribuire a costruire una cultura di eguaglianza e rispetto fra uomini e donne? Come migliorare la comunicazione? Sono queste alcune delle domande a cui abbiamo cercato di dare risposta affrontando il tema “Verità o voyeurismo: come i media affrontano il tema della violenza sulle donne” in cui sono intervenuti gli esponenti dei più diffusi canali di informazione come Alvaro Moretti direttore di Leggo, Patrizia Palladini editore Radio Rock, Betta Cianchini responsabile settore arte-teatro-cultura Radio Rock, Mimosa Martini giornalista TG5, Marco Buemi blogger de L’Espresso, Elisa Giomi Professoressa di Sociologia della comunicazione e dei media presso l’Università di Roma Tre e Arianna Ciampoli conduttrice RAI.

 

Alvaro Moretti, direttore di Leggo, giornale di cronaca e gossip, introduce il tema con una domanda dall’obiettivo virtuoso “l’informazione o la notizia, possono salvare una vita?”

Patrizia Palladino, da 33 anni alla Direzione di Radio Rock, apre la tavola rotonda raccontando l’esperienza  dell’emittente impegnata nella divulgazione di messaggi contro la violenza sulle donne e di sensibilizazzione nei confronti delle tematica del femminicidio. La radio non è solo un media leggero adatto al divertimento, ma può essere uno mezzo forte per diffondere anche messaggi educativi, ad esempio attraverso progetti sociali e solidali come spettacoli, eventi e laboratori di formazione sul tema degli stereotipi di genere e sul tema della violenza sulle donne.

Radio Rock ha voluto trattare il tema durante una trasmissione di approfondimento in cui gli speaker hanno saputo coinvonvolgere attivamente gli ascoltatori, in particolare il pubblico maschile.  Il messaggio diffuso è stato “Rispettare il no di una donna!”

Betta Chianchini, conduttrice di Radio Rock e socia del C.A.M. di Roma – Centro uomini maltrattanti – uno dei centri di ascolto che si occupano della presa in carico di uomini autori di comportamenti violenti, sottolinea quanto il tema della violenza sulle donne sia stato finora erroneamente di appannaggio femminile “fatto dalle donne, per le donne e tra donne” e quindi non inclusivo. È importante invece accogliere gli uomini per poter finalmente abbracciare la questione a tutto tondo.

In “Ferocia (fateci smettere questo spettacolo)” Betta ha raccolto 19 storie di cronaca, tratte dal format “Storie di donne”, progetto formativo/performativo ed informativo sulla violenza contro le donne, nato con l’obiettivo di portare alla ribalta il problema del femminicidio da un punto di vista troppo spesso ignorato, quello degli uomini. È infatti soprattutto a loro che dobbiamo parlare perché ci sia una partecipazione attiva alla lotta contro il femminicidio.

Betta Cianchini, parla anche dell’importanza della scelta del titolo nella costruzione delle notizie e racconta il suo esperiemnto a riguardo, cioè la sua analisi dei titoli delle notizie di casi di violenza contro le donne e le possibili reazioni e interpretazioni del lettore, ovvero il cosidetto “scatenamento”.

Il titolo deve costringere il lettore ad andare a leggere l’intero articolo, prosegue Mimosa Martini, e deve essere asciutto, chiaro e semplice e non deve indurre a intrpretazioni. Tra creare un titolo che attrae e un titolo morboso che distorce la realtà, il passo è brevissimo.

Anche Arianna Ciampoli sostiene quanto il titolo di una notizia di cronaca di violenza sulle donne spesso contenga elementi di colpevolizzazione e responsabilizzazione della donna che subisce, come ad esempio la gelosia o il tradimento.  Il linguaggio deve essere utilizzato in modo univoco. “chi fa cosa e a chi” mettendo bene in luce il soggetto che compie l’azione. Secondo Mimosa Martini bisognerebbe prediligere la cosiddetta  “informazione di tipo anglosassone” che costringe a leggere l’articolo per intero, un tipo di informazione che purtroppo in un paese come l’Italia non ha mai funzionato e che oggigiorno è entrato in crisi anche nel Regno Unito, in quanto il lettore medio ha sempre meno tempo da dedicare alla lettura.

Betta Cianchini fa l’esempio dell’affermazione choc dello Psichiatra Raffaele Morelli che, proprio la sera prima, in un’intervista a “Le Iene” ha parlato del caso Weinstein sostenendo che “in ogni donna c’è una prostituta ed è presente, sempre, il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio”. Secondo quest’analisi psicologica del momento tra attrice e produttore, l’attrice sa che può sempre usare le propria avvenenza e potere seduttivo per ottenere un vantaggio. Appurato che il titolo rimane molto impresso nella memoria dell’utente, quali effetti può avere un titolo così forte su un ragazzo di 15 anni che guada la trasmissione?

Alvaro Moretti ricorda però quanto la presa di coscienza in tempo reale del pericoloso uso improprio del linguaggio rappresenti la vera rivoluzione in ambito comunicativo. Qualche anno fa avremmo assorbito il messaggio e lo avremmo lasciato sedimentare per giorni nella nostra mente. Oggi invece ce ne accorgiamo in diretta. Questo è un grande passo avanti, come lo è tutta la manifestazione “Signori e Signore”.

Mimosa Martini che ha lavorato in tutto il mondo come inviata di guerra, da oltre 25 anni giornalista a Mediaset e prima alla Rai, Repubblica, Paese Sera, commenta l’ondata scandalosa e scandalistica del caso Weinstein e del tema della violenza sulle donne, un tema che riguarda da vicino tutti, uomini e donne.

Questo è un argomento annoso finora erroneamente affrontato, che invece deve invece essere trattato dal punto di vista culturale attraverso l’educazione dei bambini e facendo una “rivoluzione culturale dolce”.

La presenza delle prime donne invate di guerra, Pakistan e Afaganistan veniva strumentalizza per offrire una buona immagine del giornale. Un’inviata donna serviva a dimostrare che le redazioni non relegavano più le donne alla cronoca rosa e ad argomenti sociali come bambini e anziani, spesso loro affidati perché, retoricamente dotate di maggiore sensibilità. Oggi, per scardinare questo retaggio culturale, bisogna partire dalle nuove generazioni, offrire loro nuovi strumenti e iniziare a trasmettere già in famiglia e a scuola una attenta immagine di parità.

Anche Arianna Ciampoli racconta la sua esperienza da conduttrice televisiva e la sua sensazione di pregiudizio nei confronti della donna che lavora in televisione e della maggiore credibilità spesso associata all’uomo. Il lavoro in televisione si può fare onostamente senza doversi piegare alla “logica della raccomandazione”.

Simona Rossitto de Il Sole 24 ore presenta “#HoDettoNo, quanto costa all’Italia la violenza sulle donne” un ebook da lei curato, pubblicato il 20 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sul blog Alley Oop Il Sole 24 Ore, in cui viene descritto il mondo della violenza di genere dal punto di vista economico. Perché la violenza, oltre a un enorme costo sociale e umano, rappresenta anche un grande costo per l’intero Paese, in termini di spese sanitarie, giudiziarie, mancata produttività sul lavoro della donna vittima di violenza. Nonostante non ci siano dati ufficiali Istat che stimano la violenza di genere, la Onlus WeWorld ha stimato nel 2013 un costo per l’Italia di quasi 17 miliardi di euro. L’Eige, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha stimato un costo per il nostro Paese di circa 13 miliardi di euro circoscritto alla violenza domestica, cioè alla violenza compiuta da chi ha un rapporto affettivo o familiare con la vittima.

Ma oltre a una panoramica su investimenti, costi della violenza, mappatura dei centri antiviolenza, l’ebook tratta dell’importanza della formazione e della prevenzione, come indica la Convenzione di Istanbul, e del modo corretto di raccontare la violenza, a partire dal mondo delle televisioni e dei media.

Mimosa Martini fa notare quanto questa attenzione posta nei confronti del piano economico, utile a far uscire il tema allo scoperto all’interno del dibattito pubblico, serva a trasformare il fenomeno in fenomeno sociale e costringa tutti ad affrontarlo.

Marco Buemi unico rappresentante maschile presente alla tavola, da circa 15 anni attento a diritti umani, diversity, inclusione sociale e sviluppo sostenibile, parla delle politiche di pari opportunità e stereotipi di genere nei media italiani e scandinavi. Il suo intervento ha analizzato la diffusione di pubblicità sessiste in Italia e la differenza tra il nostro paese ed i paesi nordici.

Uno spunto di riflessione lo offre la recente pubblicazione del rapporto 2017 del World Economic Forum (WEC) sul “Global Gender Gap” che stabilisce una classifica dei paesi più virtuosi sulla parità di genere in quattro aree fondamentali: economia, politica, salute e formazione. Secondo il rapporto del WEC nel 2017, l’Italia perde ben 32 posizioni rispetto al  2016 dove si trovava al 50° posto, e 41 posizioni rispetto al 2015 dove si trovava al 41° posto, collocandosi nel 2017 all’82esimo posto su 144 paesi analizzati.

Questa retrocessione generalizzata si riflette, purtroppo, anche nei media, per il modo in cui viene affrontata la violenza sulle donne e per l’immagine che dei due sessi viene fornita al pubblico.

Gli spot pubblicitari italiani proiettati, tra cui lo spot Alfa Romeo Giulietta “Prima di parlare di me provami” del 2011 e lo spot Huggies Bimbo e Bimba del 2015, sono due esempi di pubblicità capaci di incrementare il divario di genere e trasmettere un’immagine stereotipata dell’uomo e della donna.

I media ricoprono un importante ruolo nei confonti della violenza sulle donne perché plasmano e modellano i sistemi cognitivi e valoriali della popolazione e possono quindi influire alla creazione di una cultura sessista.

A che punto sono arrivate in Europa e, soprattutto, in Italia le politiche tese ad arginare tale fenomeno?  In Italia non esiste alcuna legge a riguardo e l’attività di controllo è affidata al garante per le comunicazioni (AGCOM).

Elisa Giomi, docente di Sociologia e di processi culturali e comunicativi all’Università Roma Tre, ha da sempre avuto uno sguardo attento alle problematiche di genere e si è occupata di linguaggio dei testi mediali, con particolare riferimento a quello televisivo e musicale.

Nel suo libro, “Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale” scritto con Sveva Magaraggia, racconta che nei vari monitoraggi effettuati sulla rappresentazione della violenza di genere di stampa e televisione, sono avvenuti dei cambiamenti nel corso del tempo. Quello più macroscopico si è verificato con l’inserimento, nel discorso mediale, del termine “femminicidio”. “Quando ho iniziato a occuparmi di questo tema era una parola tabù” sostiene. Nel 2013 l’Accademia della Crusca lo ha riconosciuto come termine a tutti gli effetti e parallelamente il 13 agosto 2013 è stato promulgato il decreto legge noto come “legge anti – femminicidio”. Il termine da desueto è penetrato nel discorso mediale e si è iniziato per la prima volta a rappresentare i moventi dei femminicidi o della violenza grave nei confronti delle donne come questione di un’identità maschile incapace di accettare il rifiuto. “Questo è il dato positivo che ho riscontrato nelle cronache giornalistiche e anche nelle rappresentazioni della fiction degli ultimissimi anni”, continua Elisa Giomi. Ma, accanto a queste, ce ne è una assolutamente fuorviante che continua a usare il frame del delitto passionale e della tendenza a colpevolizzare direttamente o indirettamente la vittima, con costruzioni discorsive ormai del tipo: “il raptus, la rabbia, uccidere al culmine di un litigio, durante un litigio”. Queste sono forme di distribuzione della responsabilità, in cui anche la donna risulta parte in causa della sua aggressione, perché “si litiga sempre in due”. Il libro nasce dalla constatazione che la violenza dei e nei media è stata studiata moltissimo, ma raramente in relazione al gender. Invece, ogni forma di violenza è “gendered”, cioè è agita da un soggetto sessuato al maschile, al femminile o in altro modo, ed è diretta contro soggetti sessuati. Tutto questo per dire che le rappresentazioni di violenza prescrivono un certo dover essere, che per il maschile include anche l’esercizio di violenza, e proscrivono invece l’uso della violenza per il femminile solo sotto specifiche limitazioni.

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